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In Italia quasi l'80% dei giovani vive ancora a casa dei genitori.

L’Eurofound (fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro),  ha rilasciato quest’anno un documento programmatico relativo alla terza indagine europea sulla qualità della vita e sulla situazione sociale dei giovani in Europa. Emerge da questo documento una situazione deprimente per i giovani italiani, i quali risultano essere impantanati (ormai da 7 anni) in una situazione di staticità non solo economica ma anche sociale. Lo studio procede attraverso una comparazione della situazione dei giovani dal 2007 al 2011.
Da considerare che il periodo preso in esame è esattamente quello che coincide con la grande crisi economica che sta attraversando il nostro paese che, appunto, inizia nel 2007.
Il dato più evidente che emerge è l’incremento dei giovani tra i 19 e i 29 anni, che (in tutta Europa) decidono di rimanere a casa dei genitori. Queste percentuali, come immaginabile, non sono affatto omogenee, ma anzi si diversificano notevolmente da paese a paese. Gli stati che maggiormente registrano un aumento in percentuale di giovani che non riescono ad abbandonare la casa dei genitori sono: Ungheria, che aumenta più di qualsiasi altro stato (+36%), passando dal 40% a quasi l’80% di giovani che decidono di non andare via di casa; segue la Slovenia (+21 %), Lituania (+1%) e Polonia (+15%).
L’Italia che già nel 2007 si piazzava al secondo posto in questa particolare classifica, superata soltanto da Malta, incrementa nel 2011 del 10% il suo totale, arrivando al 79% di ragazzi che rimane a casa con i genitori.
A questo punto è necessario chiedersi quanti ragazzi, compresi nel suddetto 79 per cento, assumono questo comportamento per libera  scelta e quanti invece siano costretti da necessità.
I principali ostacoli ad uscire di casa possono essere rintracciati principalmente nella particolare condizione economica italiana, che non garantisce alcuna stabilità finanziaria, specialmente ai più giovani, necessaria per poter progettare una vita autonoma dal nucleo familiare, uscire dalle mura domestiche  e crearsi una propria vita indipendente da quella dei genitori. Il mercato del lavoro italiano, infatti, non solo non garantisce ormai più a (quasi) nessuno contratti a tempo indeterminato, basandosi sul deprimente modello dei contratti di collaborazione, lavoro in nero, e costringendo i ragazzi al mondo del precariato, ma non garantisce neanche salari minimi adeguati agli standard europei.
A tal proposito, il Parlamento Europeo ha chiesto, lo scorso 17 luglio (2014), attraverso una risoluzione, misure più efficaci per combattere la disoccupazione tra i giovani (in media al 23% in UE, al 42% in Italia) , basando l’azione sulla creazione di uno standard minimo garantito per l’apprendistato e salari decenti. Questa situazione si proietta pesantemente nella società, cambiando i parametri che finora sono risultati validi per le vecchie generazioni, bloccando, di fatto, l’intero paese in una situazione di immobilismo socio-economico.
Da ciò deriva anche una sfiducia generalizzata verso il futuro, segnalata dall’andamento dello speciale indice di fiducia dei consumatori italiani, che da anni segnala lo stato di delusione per l’attuale congiuntura economica e l’assenza di positive aspettative per l’immediato. Questo atteggiamento peggiora le performance dell’economia in quanto frena la domanda interna e si riflette immediatamente sull’andamento delle attività produttive che rimane ferma, incapace di generare nuove risorse.


L’onerosità dell’uscire di casa è dovuta non soltanto alla sconfortante situazione del mercato del lavoro, ma anche ai prezzi degli affitti, che nel nostro paese risultano essere tra i più alti d’Europa. Le principali città italiane, in particolare Roma e Milano, occupano ormai da diversi anni le posizioni più alte della classifica delle città più care d’Europa.  Nonostante la crisi economica abbia colpito drasticamente l’Italia, il mercato immobiliare si è dimostrato abbastanza solido da non subire sostanziali contraccolpi.
Altro fattore di rilievo a determinare la sgradevole situazione dei giovani italiani è l’Università, che in troppi casi è diventata una sorta di trappola per molti studenti che non riescono ad uscirne entro i tempi previsti dai propri piani di studio. Secondo i dati AlmaLaurea gli studenti che riescono a concludere gli studi della triennale in un’età compresa tra i 22 e i 23 anni (come dovrebbe essere in teoria) sono meno del 20%, mentre di norma i ragazzi riescono ad arrivare alla laurea di primo livello solamente dopo i 25 anni. Per coloro che scelgono di continuare gli studi, con i due anni di specializzazione, in media si verifica un’accelerazione rispetto al triennio, questi, infatti, riescono a raggiungere l’obbiettivo a 27,8 anni. Cioè esattamente la stessa età (calcolata da AlmaLaurea) in cui i ragazzi si laureavano dieci anni fa, con il vecchio ordinamento, ovvero prima del 3+2.
Concludendo, il fatto che 8 giovani su 10 non riescano ad uscire dalla casa di famiglia, non è di per sé una notizia, ma piuttosto la conferma e la  conseguenza di una situazione ben più grave, dovuta ad una crisi che è principalmente politica e che è stata messa a nudo dalla Grande Recessione iniziata nel 2008. Non sorprende, dunque, il fatto che la fiducia nelle istituzioni, sempre secondo lo studio Eurofound, sia  in caduta libera praticamente in tutta Europa, (con picchi in Italia, Portogallo, Grecia, Spagna, Cipro, Romania e Slovenia) e che in Italia solo il 22% dei giovani ha partecipato ad una qualsiasi attività politica (solo il 7% ha partecipato ad una riunione di sindacato, partito o azione politica), mentre in Svezia sono il 54%.  

 


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