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Aumentano i giovani italiani attivi nel commercio e nella produzione di birra artigianale, ma sempre più ostacolati da tasse e bassi consumi

Sono moltissimi i giovani che lavorano nel mercato sempre più in espansione della birra artigianale. Da chi spilla i boccali nei pub a chi la produce in proprio, sempre più ragazzi e ragazze hanno trovato nelle “bionde” una fonte di reddito.
In Italia, come in molti paesi europei,  il mercato delle birre artigianali è in forte crescita, basti pensare che ad oggi sono circa  600 i produttori di birra artigianale attivi in tutto il territorio. Dieci anni fa erano appena una trentina.
Sono spuntati come funghi negli ultimi anni i beer shop, locali commerciali specializzati nella vendita di birre artigianali, i quali offrono una  vastissima scelta di birre selezionate da tutto il mondo, con una selezione davvero per tutti i gusti e moltissimi dei quali sono gestiti da ragazzi. I più attivi nel settore, infatti, sono mediamente giovani under 35.
Dunque un prodotto venduto e -sempre più spesso- realizzato dai giovani, per consumatori  giovani. Infatti, è assodato dall’andamento dei consumi degli ultimi anni, che i giovani preferiscono la birra e in minor misura il vino rispetto ai superalcolici. Nonostante ciò, la media di consumo della bevanda alcolica, è di soli 29 litri pro capite, dunque molto bassa se confrontata con  quella della Germania (105 litri pro capite), dell’Austria (107,8), dell’Irlanda (85,6) o della Spagna (82).
Ma allora è davvero così promettente e redditizio il mercato delle birre artigianali?
Come spesso accade, la sfortuna di far parte di questo business è dovuta all’essere italiani. Mentre il resto d’Europa sta iniziando ad apprezzare la nuova eccellenza del “made in Italy” , con un aumento impressionante di esportazioni, soprattutto verso l’Inghilterra – terra di tradizionale consumo di birra (secondo la Coldiretti, infatti, nel 2014 le esportazioni del prodotto sono aumentate del 13 per cento rispetto all’anno precedente), il governo italiano, invece di incoraggiare il nuovo corso, ha colto la palla al balzo per caricare di tasse i nuovi  piccoli imprenditori.
Così il valore dell’accisa è passato dai 28,2 centesimi per litro del 2013 ai 35,9 di gennaio 2015, un aumento sconsiderato, attuato senza prendere minimamente in considerazione la possibilità di  stabilire aliquote ridotte per i birrifici più piccoli, cosa che avviene, invece,  in ben 20 Paesi sui 28 dell’Ue, dove vengono favoriti i produttori fino a 200mila ettolitri l’anno.
È dunque giunto il momento di prendere coscienza delle dimensioni del fenomeno e delle opportunità economiche che questo può portare all’Italia, dove la disoccupazione giovanile –è sempre bene ribadirlo- è oltre il 44 per cento e dove ben 226 mila ettari di terreno coltivabile sono ormai riservati alla produzione di orzo a sostegno della produzione di birra.

 


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